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In mostra a Roma la storia di Max Peiffer Watenphul, l’allievo della Bauhaus che raccontò la modernità
Mostre
Visitabile fino al 23 agosto 2026, la GNAMC – Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma ospita la mostra Max Peiffer Watenphul. Pittore del Bauhaus, curata dal direttore del Museo Casa di Goethe, Gregor H. Lersch.

Il titolo scelto per l’evento colloca il pittore italo-tedesco, nato a Weferlingen, in Sassonia, nel 1896 e morto a Roma nel 1976, in un periodo storico segnato dallo sconforto per la grande sconfitta bellica e, al tempo stesso, dalla speranza di rinascita attraverso il desiderio di rottura con il passato accademico. In questo contesto culturale nasce la Bauhaus, con l’idea, di matrice anche sociale, di creare una nuova scuola accessibile a tutti, fondata sull’unione di arte, artigianato e industria, al fine di produrre oggetti in cui “la forma segue la funzione”. Della Bauhaus sappiamo molto: dal fondatore Walter Gropius ai docenti come Hannes Meyer, Kandinskij e Klee. Meno noto è invece il percorso degli allievi e il modo in cui questa scuola rivoluzionaria abbia realmente inciso sulla formazione di tanti giovani artisti. Max Peiffer Watenphul aiuta a comprendere più a fondo la portata del movimento, avendo studiato alla Bauhaus di Weimar tra il 1919 e il 1922.

La mostra, con circa 80 opere, promossa e organizzata dalla Fondazione che porta il suo nome, ricostruisce l’intero percorso dell’artista, caratterizzato da originalità, indipendenza creativa e una forte interdisciplinarità. Per Gropius, la Bauhaus era concepita come una sorta di grande “cattedrale” in cui pittori, scultori, fabbri e carpentieri contribuivano in modo democratico e trasversale alla creazione finale. Per questo motivo, agli allievi veniva richiesto, nei primi sei mesi, di approfondire la conoscenza di tutte le arti. Max Peiffer Watenphul fu testimone diretto di questo fermento culturale: partecipò a diversi laboratori, tra cui quello tessile: nel 1921 realizzò un arazzo considerato tra i lavori più significativi del primo periodo della Bauhaus, in cui ritmo, colore e forma appaiono rigorosamente strutturati. In mostra è esposta una copia fedele, realizzata appositamente a mano per l’occasione.

L’artista sperimentò diversi linguaggi espressivi, pur mantenendo la pittura come centro della propria ricerca. Il percorso espositivo si apre con i primi dipinti familiari, come Grace con gatto, ritratto della sorella, a testimonianza di una pittura legata all’esperienza personale. Max Peiffer Watenphul dipinse anche le città visitate dalla regione della Ruhr al Messico, dalla Francia all’Italia, mantenendo uno sguardo autonomo e moderno, animato da una continua curiosità verso il mondo. Nelle nature morte, come Natura morta con limoni, introduce oggetti di design in composizioni originali, dove gli elementi restano riconoscibili, ma vengono semplificati e riorganizzati secondo un linguaggio visivo personale.

Durante gli anni della Bauhaus, strinse amicizie destinate a durare nel tempo. La mostra documenta il vivace scambio di idee tra i protagonisti delle avanguardie tedesche degli anni Venti, tra cui Otto Dix, Paul Klee e Oskar Schlemmer, attraverso un ricco carteggio che restituisce al visitatore il contesto culturale dell’epoca.
Max Peiffer Watenphul si dedicò anche alla fotografia, sperimentando nella composizione e nei soggetti. A concludere il percorso espositivo, il curatore ha scelto di evidenziare un momento cruciale della carriera dell’artista: la partecipazione alla Biennale di Venezia del 1948 e del 1950, che segnò il suo ritorno nel dibattito artistico europeo dopo l’emarginazione subita durante il nazionalsocialismo, nel contesto della campagna sull’“Arte degenerata”, aprendo, una nuova fase di piena consacrazione.

La direttrice della GNAMC, Renata Cristina Mazzantini, definisce la mostra: «una preziosa occasione di ricerca, conoscenza e testimonianza del periodo della Bauhaus» sottolineando come le opere di Max Peiffer Watenphul arricchiscano il patrimonio museale, affiancandosi a quelle di Mondrian, Kandinskij, Klee e altri maestri del Novecento. Attraverso il percorso dell’artista, emerge con chiarezza come lo spirito innovativo della scuola non si sia esaurito nei grandi nomi, ma abbia continuato a vivere nelle esperienze individuali dei suoi allievi, capaci di tradurre quell’eredità in linguaggi autonomi e attuali. Un’occasione, dunque, per rileggere la modernità artistica del Novecento da una prospettiva nuova e più sfaccettata.


















