26 aprile 2026

A Modena Gate26A ospita le opere di Aleksandr Nuss dove la materia si erode e la luce rivela

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Nei 19 metri quadrati dello spazio modenese Aleksandr Nuss propone un'indagine ontologica sulla percezione: l'immagine perde la sua funzione descrittiva per farsi suggerimento e soglia luminosa

Aleksandr Nuss. Installation view, Gate26A, Modena

Arrivare a Modena significa, spesso, immergersi in una città ripulita dal caos viscerale della vicina Bologna. È una città che, come mi fa notare uno dei fondatori dello spazio indipendente Gate26A, appare «impacchettata», ordinata e candida; un luogo tranquillo in cui godersi la propria quotidianità. Ed è proprio in questa cornice rassicurante che un collettivo di quattro ragazzi, pur proseguendo le loro carriere professionali individualmente, riesce a smuovere l’aria della città, alterandone l’atmosfera e le dinamiche anche solo per il tempo di una mostra.

L’urgenza che ha dato vita a Gate26A è chiara e mira a forgiare uno spazio in costante e totale dialogo con il tessuto urbano. Si tratta di una semplice stanza, un vero e proprio gate di transito, un crocevia di partenze e arrivi dedicato a operazioni site-specific. È all’interno di questi densi 19 metri quadrati che i linguaggi dell’arte contemporanea non si limitano a incrociarsi, ma vengono letteralmente «masticati, sputati e riassemblati» fino a trovare la loro espressione definitiva. L’uso di questi termini, crudi ma estremamente calzanti, riflette un’attitudine che sfugge alla retorica museale tradizionale fatta di asettici pannelli e didascalie. I fondatori di Gate sanno bene cosa significhi stravolgere un ambiente per stupire lo spettatore, lavorando a stretto contatto con la poetica degli artisti e permettendo allo spazio stesso di trasudare quella che definirei un’opera «allargata». È il luogo, infatti, a completare l’opera, comunicando ciò che l’arte talvolta preferisce celare.

Aleksandr Nuss. Installation view, Gate26A, Modena

Questo spazio non ha paura delle sfide, né di scardinare la convivialità della «città impacchettata». Basti pensare a quando, con la complicità spietata dell’artista DeadMeat, il collettivo fece credere a un’orda di adolescenti che il duo pop Benji e Fede fosse passato a miglior vita. Un’attitudine provocatoria ma vitale che da dieci anni resiste, supportata dai bandi del circuito Modena City of Media Arts, all’interno di una città che a tratti investe su queste iniziative.

Inaugurata l’11 aprile e visitabile fino al 3 maggio, la nuova esposizione accoglie i lavori di Aleksandr Vladimirovich Nuss (artista visivo classe 1999, attivo tra Modena e Bologna), segnando all’interno dello spazio un momento di quiete apparente. Con la mostra The image is the first thinking, l’ambiente di Gate26A muta in un vero e proprio dispositivo di rivelazione, perfetto per ospitare una ricerca che si colloca all’intersezione tra memoria, spazio e costruzione simbolica dell’immagine. In questo contesto la luce, che come mi spiegano «dà e toglie», diventa l’elemento cardine dell’allestimento. Attraverso questo preciso assetto, Nuss indaga una questione ontologica radicale, domandandosi cosa resti dell’immagine una volta privata della sua funzione descrittiva. La risposta si materializza nello scarto e nella parvenza, in quel primo sguardo fugace che diamo alle cose prima che la mente ne solidifichi la forma; l’immagine diviene così una soglia percettiva, un residuo di esperienza sospeso tra visione e sparizione.

Aleksandr Nuss. Installation view, Gate26A, Modena

Lo spazio si presenta quasi completamente buio, ponendosi in netto contrasto con le pareti e il porticato arancione pastello ben visibili lungo la strada. Le fonti di luce sono tenui e provengono da direzioni minuziosamente studiate; varcando la soglia sembra di accedere a una camera oscura della mente, un ambiente liminale dove la scoperta richiede delicatezza e prossimità. La disposizione delle quattro opere rifugge l’ordine cronologico, assecondando piuttosto la naturale propensione umana a esplorare lo spazio in senso orario. Alcuni plinti bianchi di altezze diverse ospitano piccoli frammenti di carta abrasiva appoggiati a mo’ di leggio. Questa scelta intende avvicinare lo spettatore alla stessa prospettiva che accompagna l’artista durante l’intera creazione dell’opera, imponendo una visione chinata, dall’alto verso il basso. Nel frattempo, un’opera a parete dialoga con un’installazione proiettata, fungendo da lente d’ingrandimento per le dimensioni intime dei lavori esposti.

Conoscendo il metodo di lavoro sia del collettivo che dell’artista, l’architettura dell’allestimento suggerisce inizialmente un rigore quasi clinico e metodico. I frammenti di carta abrasiva appaiono come reperti pronti per l’analisi al microscopio; eppure, sostando nello spazio, questa freddezza si dissolve. L’opera si svela come un amuleto e l’apparente urna sacra si rivela essere un luogo di pura introspezione. In Senza titolo VII (Per uscire dalla luce del giorno) – opera realizzata tramite abrasioni su pagina tagliata – un faro fende il quadro con una luce diagonale. Non c’è ritualità consacratoria né la volontà di isolare il pezzo, ma solo l’urgenza di farlo emergere.

Aleksandr Nuss. Installation view, Gate26A, Modena

L’uso insistito di supporti fragili e abrasivi introduce una continua tensione tra apparizione e cancellazione. Il gesto dell’artista non costruisce, ma sottrae; non aggiunge materia, ma la erode. La superficie diventa un campo di resistenza in cui il segno si manifesta come traccia di un attrito irreversibile, dove vedere equivale, in fondo, a registrare una perdita. Questo concetto si espande spazialmente con Il respiro del Grande Risveglio – abrasioni su diapositiva – dove l’immagine cessa di essere oggetto per diventare accadimento luminoso. Una proiezione che inscrive l’osservatore in un processo instabile, in cui l’opera si dà solo nel suo transitare, costantemente sul punto di svanire.

Alla fine, come suggerisce il titolo dell’esposizione, l’immagine è davvero il primo pensiero. Tutto, dai materiali all’allestimento, lavora per produrre supposizioni visive piuttosto che certezze. Nulla è esplicito, ma usciamo con un dettaglio impresso nella mente, nato da una grana o da un taglio di luce. Insieme alle opere di Nuss, lo spazio di Gate26A si fa metafora della nostra interiorità, allontanandosi dall’idea di un cervello logico e razionale per abbracciare una mente intesa come spazio fecondo, un archivio oscuro in cui si sedimentano e si rivelano le sensazioni più autentiche.

 

Questa mostra non è semplicemente l’esposizione del lavoro di un singolo, ma la materializzazione di una profonda volontà di traduzione e collaborazione. Da un lato c’è Nuss, che erode la materia per rivelarne l’essenza; dall’altro c’è uno spazio che rifiuta le dinamiche standardizzate delle gallerie commerciali, per preservare la propria identità di collettivo spontaneo e indipendente. Insieme dimostrano che la priorità non risiede nella vetrina espositiva, ma nella costruzione di un’esperienza partecipativa e, in questo caso anche intima, restituendo alla città un luogo dove l’arte si fa, prima di tutto, scoperta e comunità.

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