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L’annuncio era nell’aria da settimane, ora è ufficiale: la Repubblica Islamica dell’Iran non parteciperà alla 61ma Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, in programma dal 9 maggio al 22 novembre 2026, con il proprio Padiglione nazionale. La comunicazione, arrivata direttamente dalle autorità iraniane e recepita dall’istituzione veneziana, conferma uno dei vuoti più significativi di un’edizione già profondamente segnata da tensioni e incertezze.
Nei mesi precedenti, i segnali erano stati evidenti. A fronte dell’annuncio del commissario, Aydin Mahdizadeh Tehrani, direttore generale delle Arti visive del ministero della Cultura e dell’orientamento islamico, non erano seguite ulteriori informazioni sul progetto espositivo, né indicazioni su sede, artisti o curatela. Una sospensione che rifletteva il contesto del conflitto con Stati Uniti e Israele e che ha investito anche i Paesi del Golfo.
L’edizione 2026, intitolata In Minor Keys e concepita dalla compianta curatrice Koyo Kouoh, si presenta così con una mappa parziale, dove presenze e assenze contribuiscono a ridefinire il senso stesso della manifestazione. La Biennale, tradizionalmente intesa come spazio di confronto tra culture, appare sempre più come un sismografo delle fratture contemporanee, dove le partecipazioni nazionali si riverberano nelle dinamiche politiche globali.
La lista ufficiale comprende attualmente 100 partecipazioni nazionali, con l’ingresso recente della Tanzania e delle Seychelles e con l’assenza del Sudafrica, ritiratosi già nei mesi scorsi ma il cu progetto di Gabrielle Goliath, considerato divisivo per il riferimento alla Palestina, troverà comunque spazio alla Chiesa di Sant’Antonin. Al centro di aspre polemiche, che hanno portato alle dimissioni della Giuria, anche il Padiglione della Russia, che rimarrà aperto solo nei giorni della vernice, tra il 5 e l’8 maggio 2026.
A commentare il clima generale è stato il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, che ha sottolineato come «L’arte abbia una potenza ancora maggiore di ogni prepotenza», rivendicando il ruolo della manifestazione come spazio di immaginazione e possibilità, anche in un contesto segnato da «Giorni difficili e complicati».
Se il Padiglione Iran resta chiuso alla Biennale 2026, la presenza di artisti iraniani in città non viene meno. Tra questi, Abbas Akhavan partecipa al Padiglione Canada, mentre la ricerca di Farideh Lashai è inclusa nella mostra collettiva Turandot: To the Daughters of the East a Palazzo Franchetti. A queste si aggiunge Shirin Neshat, protagonista di un progetto autonomo a Venezia: una nuova trilogia filmica presentata a Palazzo Marin, promossa da Associazione Genesi e sostenuta da Banca Ifis, con la curatela di Ilaria Bernardi e Bartolomeo Pietromarchi. Una costellazione di presenze che, pur in assenza di una rappresentanza ufficiale, continua a restituire la complessità e la vitalità della scena artistica iraniana.
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