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Monia Ben Hamouda e Lara Favaretto alla Marciana: una mostra sul sapere fragile
Arte contemporanea
Fondazione Bvlgari presenta alla Biblioteca Marciana di Venezia, durante la Biennale d’Arte di cui è sponsor, un dialogo sul potere della scrittura ma anche sulla sua vulnerabilità. Tra scaffali e sale che per secoli hanno custodito la trasmissione del sapere occidentale, Fragments of Fire Worship di Monia Ben Hamouda e Momentary Monument – The Library Lara Favaretto, due opere profondamente differenti per forma e temperatura emotiva ma accomunate da una domanda di fondo: cosa rimane del sapere quando il linguaggio perde stabilità, quando la memoria si frammenta, quando l’archivio smette di essere struttura ordinata e diventa materia mobile, esposta alla dispersione?
L’ingresso alla mostra è affidato all’intervento di Monia Ben Hamouda, artista di origini italo-tunisine, classe 1991, vincitrice della quarta edizione del MAXXI Bvlgari Prize. Nel vestibolo della Marciana, due sculture al neon si fronteggiano verticalmente, irradiando la penombra della sala con una luce rossa e calda che ricorda il bagliore rituale del fuoco e la minaccia dell’incendio. I riflessi vibrano nello spazio, come emanazione di una potenza instabile, una presenza che può sfuggire al controllo.

In filigrana emerge anche la memoria storica della Marciana stessa. L’opera richiama indirettamente l’incendio del 1532 che portò alla ricostruzione della biblioteca in pietra d’Istria sotto la direzione di Jacopo Sansovino. Ma il fuoco evocato da Ben Hamouda rimanda inevitabilmente anche alle immagini contemporanee della distruzione, all’attualità di un sapere minacciato.
I segni che compongono le opere rimandano infatti a una scrittura che ha smesso di comunicare in modo lineare. Figlia di un calligrafo islamico, Ben Hamouda trasforma l’eredità della scrittura in un alfabeto impossibile, spezzato, indecifrabile. Le lettere, ridotte alla misura del gesto, cambiano forma e senso a seconda dello sguardo che le attraversa, come se ogni lettura producesse un nuovo slittamento del linguaggio.

Questo paesaggio trova un contrappunto speculare nel lavoro di Lara Favaretto, installato nel Salone Sansovino. Se Ben Hamouda lavora sulla verticalità della luce e sull’instabilità del segno, Favaretto costruisce invece una struttura orizzontale, fredda, metallica: una grande scaffalatura in acciaio che raccoglie libri provenienti da biblioteche, accademie, istituti e collezioni private.
Qui il linguaggio sembra ritrovare ordine. Eppure quella classificazione svela la sua precarietà o meglio la sua arbitrarietà. I volumi selezionati dall’artista nata a Treviso nel 1973 non seguono gerarchie disciplinari o criteri di rarità. Sono manuali specialistici, pubblicazioni obsolete, saggi, raccolte di poesie, romani, convivono senza una struttura definitiva. Il sapere appare come accumulo instabile, continuamente ridefinito dall’uso e dalla presenza dei visitatori, che possono spostare i volumi oppure asportarli.

Ogni libro custodisce un’immagine tratta dall’archivio personale dell’artista, attivo dal 1995. Inserti visivi che alterano l’esperienza della lettura, introducendo deviazioni e cortocircuiti. Il visitatore apre un volume e trova qualcosa di inatteso, come accade sfogliando un libro usato in cui sopravvive la traccia anonima di un’altra vita, una fotografia dimenticata, un appunto, una presenza residua.

Passata attraverso il calore instabile del neon di Ben Hamouda e la freddezza archivistica di Favaretto, La scrittura torna a mostrarsi quale esperienza profondamente umana, fragile, vicina, infrastruttura “virtuale” di relazioni e attraversamenti, come quelli che si svolgono da secoli nella Marciana, fondata a partire dalla donazione del cardinale Bessarione nel Quattrocento e che, con questa operazione, entra come parte integrante del discorso espositivo.

Con questa mostra, la fondazione – nata nel 2024 per consolidare l’impegno culturale della maison romana – sembra voler scandire anche una propria linea curatoriale: sostenere pratiche artistiche che mettano in tensione ricerca formale e riflessione politica. Nel contesto di una Biennale che sembra interrogarsi sulle condizioni della conoscenza e sulle forme della memoria collettiva, l’intervento alla Marciana si distingue per la sua capacità di lavorare sulle soglie tra leggibilità e opacità, archivio e dispersione.
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