15 luglio 2022

La Direzione Generale dice stop agli NFT: i musei pubblici sospendano i contratti

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Dopo il caso sollevato dalla vendita dell'NFT del Tondo Doni, conservato nelle collezioni degli Uffizi, la Direzione Generale dei Musei prende tempo per analizzare e regolamentare la situazione

La Direzione Generale Musei del MiC – Ministero della Cultura ha chiesto ai suoi siti museali e archeologici di sospendere i contratti con le società tecnologiche riguardanti la riproduzione digitale delle opere delle proprie collezioni. La decisione è stata presa a seguito della querelle sorta intorno al Tondo Doni, capolavoro di Michelangelo conservato dalle Gallerie degli Uffizi, la cui versione digitalizzata, certificata tramite NFT su blockchain dalla società Cinello, è stata venduta per 240mila euro, di cui 70mila sono andati all’importante istituzione museale. «Dato che la materia è complessa e non regolamentata, il ministero ha chiesto temporaneamente alle sue istituzioni, di astenersi dal firmare contratti relativi agli NFT. L’intenzione di base è quella di evitare contratti abusivi», ha spiegato a The Art Newspaper un portavoce della Direzione Generale dei Musei, guidata da Massimo Osanna.

La questione, insomma, è complessa, come evidenziavamo già in alcuni nostri approfondimenti dedicati alle materie del diritto d’autore e della riproduzione delle immagini delle opere d’arte. Il mese scorso, fu Patrizia Asproni, Presidente di Confcultura, di Fondazione Industria e Cultura e del Museo Marino Marini di Firenze, a chiedere delucidazioni allo studio Franzosi-Dal Negro-Setti. Secondo i legali, «La riproduzione legata a NFT, così come quella nel Metaverso (che spesso ospita proprio queste forme infungibili di token), possono essere considerate una estensione territoriale dei luoghi in cui già tale riproduzione viene commercializzata. In altri termini, chi per contratto può riprodurre una copia di un’opera d’arte e commercializzarla può ritenere di avere licenza di farlo anche con questi strumenti digitali, come gli NFT, che incorporano i diritti di riproduzione, e suo concessionario, non solo l’opera d’arte in sé».

La base di partenza è il metodo e quello di Cinello è già diventato un case study. La società milanese, già da diverso tempo, ha lanciato sul mercato i DAW – Digital Art Work, cioè multipli digitali di capolavori della storia dell’arte, replicati in altissima definizione e prodotti in serie limitata, autenticati, numerati, certificati e protetti da un sistema brevettato di crittografia digitale su blockchain. Nelle intenzioni degli ideatori, non si tratterebbe di una copia, piuttosto, di un sosia.

A prescindere dalle scelte terminologiche, comunque fondamentali in sede di giurisprudenza e di consuetudine, la discussione coinvolge interessi economici di considerevole entità ma anche complessi da individuare. Un portavoce di Cinello ha spiegato come l’accordo siglato con gli Uffizi fosse basato sulla divisione a metà dei ricavi netti ma «Dal prezzo di vendita si detrae l’Iva, la commissione di vendita, il costo di produzione del telaio e il 20% dei costi di gestione per Cinello». E così, dei 240mila euro in cartellino, al museo, che è «Informato di tutti i costi», sono arrivati circa un terzo. Il contratto tra Cinello e il Museo degli Uffizi è scaduto a dicembre ma sul catalogo della società sono disponibili opere provenienti da altre collezioni importantissime, dalla Canestra di frutta di Caravaggio, della Veneranda Biblioteca Ambrosiana – che però non è una istituzione del MiC –, al Bacio di Hayez, della Pinacoteca di Brera, che invece è un sito del Ministero dotato di autonomia speciale, come gli Uffizi del resto.

Casi simili sono ormai all’ordine del giorno in tutto il mondo. Lo scorso anno scrivevamo della partnership tra il British Museum e LaCollection, una piattaforma online per il mercato NFT dei capolavori della storia dell’arte che successivamente ha stretto i rapporti con altri musei del calibro del Leopold e del MFA Museum of Fine Arts di Boston. Anche l’Hermitage ha messo all’asta le repliche NFT dei cinque tra i suoi dipinti più famosi, arrivando alla ragguardevole cifra di 444mila dollari. L’Österreichische Galerie Belvedere ha digitalizzato il Bacio di Gustav Klimt e quindi ha generato una serie di 10mila NFT messi in vendita, in occasione dell’ultimo San Valentino, ciascuno a 0.65 Ethereum, corrispondenti all’epoca a poco meno di 2mila dollari. Alla fine, complici i regali agli innamorati, il museo ha ricavato la cifra monstre di 4,5 milioni di dollari, che per un museo italiano rappresentano più o meno un bilancio annuale.

È evidente come, in un sistema museale pubblico come il nostro, in cui ogni tra l’altro ogni servizio, dalla ristorazione alla biglietteria, fino alla custodia e alla didattica, deve essere assegnato con una gara, sia necessario regolamentare anche un rapporto del genere con la relativa contrattazione. La questione infatti va anche oltre la riproduzione delle opere d’arte, che è disciplnata dagli articoli 107 e 108 del Codice dei Beni Culturali e da una sezione del decreto del MEF – Ministero dell’Economia e delle Finanze del 25 novembre 2021.

Il tema è ben lungi dall’essere risolto e bisognerà svolgerlo su carta intestata e protocollata, per stilare delle linee guida chiare e ufficiali, considerando le enormi possibilità derivanti dall’utilizzo più o meno spregiudicato delle nuove tecnologie che, d’altra parte, tendono a sfuggire al controllo degli stessi operatori. Per dirne una, OpenSea, tra i marketplace di NFT più usati al mondo, ha appena annunciato di aver dovuto licenziare il 20% dei suoi dipendenti – una quarantina su 275 – a causa dell’instabilità del mercato NFT.

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