22 settembre 2022

exibart prize incontra Claudia Fuggetti

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Oggi immaginario e società sono molto più interconnessi che in passato. Immaginare è già un atto di resistenza, ma cambiare l’immaginario è una sfida assai più complessa.

Claudia Fuggetti

 

Qual è stato il tuo percorso artistico?

Ho iniziato ad interessarmi alla fotografia durante l’adolescenza, grazie ad Internet. In particolare mi affascinava l’idea di poter condividere le mie immagini con persone provenienti da ogni parte del mondo. All’età di diciassette anni ho tenuto la mia prima mostra che mi ha spinto a voler intraprendere studi artistici. Dopo essermi laureata in Beni Culturali presso l’Università del Salento ho vinto una borsa di studio per frequentare il Master in Photography and Visual Design di Naba. Il mio percorso educativo mi ha portato a comprendere il ruolo del digitale all’interno della mia pratica artistica, avvicinandomi moltissimo alle nuove tecnologie. Per questo motivo, ho concluso con lode i miei studi specialistici a Brera in Didattica Multimediale con una tesi sulla sorveglianza e l’Intelligenza Artificiale. Le mie opere sono state esposte a livello nazionale e internazionale presso la Fondazione Feltrinelli, il Noorderlicht International Photo Festival, Fotofestival Lenzburg, il Copenhagen Photo Festival, il Rotterdam Photo Festival XL, PhMuseum Days, Giovane Fotografia Italiana #09 e altri. 

 

Quali sono gli elementi principali del tuo lavoro?

Il mio lavoro è sperimentale ed in continua evoluzione, al limite tra reale e irreale, fotografia e fotografico, si pone delle domande sui temi che caratterizzano il contemporaneo come: la crisi climatica, tema al quale sono molto sensibile, visto che provengo da una città (Taranto) vittima di un disastro ambientale; l’impatto del digitale e dei social media sulla società, l’intelligenza artificiale e, più in generale, il periodo storico che ci attende. Non sempre utilizzo la macchina fotografica per realizzare immagini e non mi pongo limiti tecnico-stilistici se rispecchiano l’intento che c’è dietro la mia ricerca.

 

In quale modo secondo te l’arte può interagire con la società, diventando strumento di riflessione e spinta al cambiamento?

Oggi immaginario e società sono molto più interconnessi che in passato. Immaginare è già un atto di resistenza, ma cambiare l’immaginario è una sfida assai più complessa. I nuovi detentori del potere oggi sono i social media e di conseguenza i grandi colossi tecnologici, allineati con delle precise scelte ideologiche. L’arte dovrebbe prendere possesso dell’immaginario in maniera più libera, senza che un algoritmo influenzi le scelte e le preferenze estetico-ideologiche. Il primo passo che il mondo dell’arte può fare è quello di porsi delle domande per attuare una riflessione più profonda. L’arte deve trovare nuove modalità comunicative per spingere realmente al cambiamento. A tal proposito ho redatto un testo per l’OÖ Landes-Kultur di Linz, che verrà pubblicato ad ottobre in un libro dedicato al Metaverso. 

 

Quali sono i tuoi programmi per il futuro?

Il mese prossimo esporrò presso la galleria FotoNostrum di Barcellona come Honorable Mention del 18th Julia Margaret Cameron Award, la mostra farà parte di 3rd Barcelona Foto Biennale. Attualmente sto già lavorando ad un nuovo progetto.

 

In quale modo le istituzioni potrebbero agevolare il lavoro di artisti e curatori?

Le istituzioni dovrebbero farsi promotrici del cambiamento, dando spazio ad artisti e curatori provenienti da background differenti tra loro. L’agevolazione può avvenire in tanti modi, per esempio il più banale potrebbe essere quello da parte dei musei di promuovere e valorizzare il lavoro di artisti/curatori emergenti con degli appuntamenti scadenzati. Questo permetterebbe il fluire di nuove idee e una sentita partecipazione da parte delle nuove generazioni.

 

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