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Allo Shed, fino al 17 maggio, oltre 65 gallerie da 25 Paesi espongono l’arte contemporanea. Con un accento forte più che mai, quest’anno, sull’arte latinoamericana. Sono i giorni caldi di Frieze New York 2026, «un’istantanea delle pratiche artistiche più interessanti di oggi in una città internazionale che abbraccia rigore, complessità e ambizione», come la definisce Christine Messineo, direttrice per le Americhe di Frieze. «I nostri stretti rapporti con le istituzioni di New York, in particolare per quanto riguarda i media basati sul tempo e la performance, estendono il nostro impatto oltre la struttura fieristica, da Chelsea all’intera città».
C’erano tutti i super collezionisti e i grandi curatori e direttori di musei e istituzioni internazionali all’inaugurazione vip, e il solito stuolo di personaggi famosi, da Leonardo DiCaprio a Sharon Stone. E ci sono, ovviamente, tutti i giganti blue-chip del mercato, come Hauser & Wirth, Perrotin, Thaddaeus Ropac, White Cube, Perrotin e David Zwirner. E ancora Gagosian, che porta tra gli altri le campiture verdi e blu di Richard Diebenkorn del 1952 (l’incontro tra terra e acqua che combinano le energie gestuali dell’Espressionismo astratto con la struttura tipica di una prospettiva aerea) e Marsia di Giuseppe Penone (un bassorilievo del 2025 composto da fogli di sughero sovrapposti, «Volevo mettere il mio corpo in dialogo con il mondo naturale, collegando la mia vita a quella di un albero, che vive, come me, ma con un ritmo molto diverso», spiega l’artista). Poi ancora Victoria Miro, James Cohan, Mendes Wood DM, ovviamente le grandi newyorkesi, come Andrew Kreps, e le già citate gallerie del Sud America, come A Gentil Carioca, Central, Nara Roesler, Vermelho e Campeche. Una galleria italiana all’appello, la bolognese P420, in partecipazione congiunta insieme a Lawrie Shabibi, per una presentazione che riunisce artisti tra cui Nabil Nahas, Hamra Abbas, Nada Elkalaawy, Francis Offman e Adelaide Cioni – e i loro approcci distinti, ma interconnessi, alla superficie, alla struttura e alla memoria materica.

E le vendite? Perché di quello si parla, a proposito delle fiere. Molto bene a partire dai primissimi istanti, a ulteriore riprova di un mercato in crescita – lo dice l’ultimo report di Art Basel e UBS a firma di Clare McAndrew – dopo anni di crisi. E di una rinnovata fiducia, che trova eco nei risultati delle aste newyorkesi di questa settimana. Posto d’onore per White Cube, che ha assegnato due lavori dell’artista ghanese El Anatsui: si tratta di LuwVor I (2025) per $ 2,2 milioni e MivEvi III (2025) per $ 1,9 milioni. E volano capolavori da Thaddaeus Ropac, che registra già in apertura risultati significativi – tra gli altri – per Stunde der Nachtigall (2012) di Georg Baselitz a € 1,4 milioni, Bog Song (Salvage) (1984) di Robert Rauschenberg per a $ 825mila dollari, Black Roses 3 (2025) di Alex Katz per $ 600mila e Buds & Blossoms (2025) di Joan Snyder per $ 150mila. Per citare solo alcune delle aggiudicazioni a sei e sette zeri.
Non solo. Frieze annuncia i vincitori del primo fondo di acquisizione della Sherman Family Foundation, a sostegno degli artisti emergenti, che entreranno così a far parte delle collezioni permanenti del Baltimore Museum of Art e del Brooklyn Museum. In particolare: un’opera in ceramica di Reika Takebayashi, Both Banks I, 2026 (presentata da Public Gallery), PILLAN SIKILL 1 del 2024 di Seba Calfuqueo (presentata da W-galería) e Festival 7 di Joanne Burke (presentata da Soft Opening) vengono ufficialmente acquisite dal Baltimore Museum of Art, mentre due opere dell’artista di Downtown (e residente di lunga data del Chelsea Hotel) Bettina sono state selezionate per il Brooklyn Museum. «Frieze New York continua a essere un evento imperdibile per gli esperti d’arte di tutto il mondo», dichiara Kristell Chadé, direttrice esecutiva. «Riunisce gallerie e artisti accuratamente selezionati provenienti da ogni parte del globo, con una presenza particolarmente forte dall’America Centrale e Meridionale per la prossima edizione. La fiera riflette sia la ricchezza del patrimonio collezionistico di New York sia il suo ruolo di crocevia per gli scambi globali». Mancano ancora un paio di giorni, per chiudere gli affari. Poi tutti a Basilea.




















