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Arrocco nasce da un’immagine che precede ogni intenzione progettuale: un sogno. Marco Celentani – curatore della mostra e cofondatore di studio Orma – racconta di aver visto Paolo Martellotti in penombra, nascosto dietro una barriera composta dalle sue stesse opere. Una visione sospesa, ambigua, in cui la figura dell’artista appare insieme presente e inaccessibile, protetta e separata. È proprio da questo nucleo immaginativo che prende forma l’intero progetto espositivo.
La muraglia costruita nello spazio dello Studio Orma, a Roma, traduce concretamente quell’immagine onirica, strutturando scenograficamente una linea di confine che divide lo spazio fisico, certo, ma soprattutto introduce una frattura simbolica che attraversa la figura stessa dell’artista.

Sia le opere sia gli strumenti, prelevati direttamente dallo studio di Martellotti, cessano di essere mezzi della creazione o suoi esiti e si trasformano in qualcos’altro. Sottratti alla loro condizione di quiete, vengono riattivati in una nuova funzione: non più strumenti operativi né oggetti conclusi, ma elementi che, anche se immobili, contribuiscono a definire una soglia che, tuttavia, non separa in modo netto e invalicabile, ma piuttosto distingue due dimensioni che coesistono nella figura dell’artista: da un lato quella quotidiana, legata al tempo ordinario, all’esperienza concreta, agli incontri e alle difficoltà di tutti i giorni; dall’altro quella artistica, in cui tali elementi ed esperienze vengono rielaborati e cristallizzati dando vita ad un nuovo linguaggio.
In questo senso, la composizione non protegge un isolamento, ma rende visibile la membrana porosa, attraversata continuamente da stimoli, esperienze e residui di realtà, segnando il punto in cui parte di una vita si trasforma in immagine.
In uno dei testi rilasciati da Studio Orma, Paolo Martellotti osserva come, nel momento in cui un artista è ancora vivente, sia inevitabile che diventi in qualche misura co-curatore della propria esposizione; ma la cosa curiosa è che, in Arrocco, questa dinamica sembra rovesciarsi, lasciando che sia invece Marco Celentani che, uscendo dal perimetro della curatela tradizionale, si faccia co-autore dell’opera dell’artista.
Il suo intervento, infatti, non si limita solo a organizzare o presentare i lavori in modo efficace, ma si configura come un atto compositivo autonomo, con un evidente coinvolgimento emotivo, capace di restituire una narrazione strettamente personale dell’artista.

In questo senso, Arrocco si configura come un’opera relazionale, in cui due soggettività si intrecciano senza mai sovrapporsi completamente. La muraglia, allora, non divide soltanto lo spazio, ma introduce una distanza necessaria: quella che permette di vedere l’artista non come un’unità compatta, ma come una tensione continua tra piani differenti.
La trasformazione in luogo liminale, sospeso tra atelier, archivio e spazio espositivo, che lo spazio subisce grazie a questa installazione, costituisce un ambiente instabile, non fissato in una forma definitiva e in cui gli oggetti sembrano oscillare continuamente tra ciò che erano e ciò che sono diventati: tra strumento, opera e frammento di racconto, restituendo una sensazione simile a quella del sogno, uno spazio in cui basta spostare lo sguardo perché l’insieme si ricomponga in una configurazione del tutto differente.
La mostra dunque mette in atto una forma di inganno percettivo, capace di trascinare l’osservatore all’interno della visione originaria di Celentani, facendolo muovere nello stesso spazio ambiguo della sua visione, così da coinvolgerlo in un’esperienza che va oltre la semplice costruzione espositiva e portandolo a condividere la condizione stessa del sogno, in cui ogni elemento appare al tempo stesso familiare e fuori posto, e in cui le relazioni mutano senza preavviso.












