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Cinquant’anni di pittura: la grande retrospettiva di Francesco Clemente alla Triennale di Milano
Mostre
di Luca Maffeo
Brillante e varia, la mostra In Between che la Triennale di Milano fino al 6 settembre 2026 dedica a Francesco Clemente (Napoli, 1952) a cura di Francesca Pietropaolo con Robert Storr, rende vaga la retrospettiva storica. Poiché, a veder bene, le settanta opere raccolte in sala viaggiano lungo gli assi diversificati della pittura. E sta qui la grandezza dell’artista, giacché unico e molteplice, riconoscibile nella peculiarità della sua matrice poetica e coloristica, nel tratto e nel gusto. In Between assume, dunque, quel significato mai unilaterale che pone e propone l’artista nel mezzo di una pratica.

Tra mondi e metodi, tecniche e supporti, temi e interessi che raggiungono la committenza nell’esaltazione continua di libertà pittorica e chiarezza espressiva. La linea sottesa che traccia le fila di una vicenda personalissima si dipana nella sua arte attraverso repentini cambi di rotta che, tuttavia, ammiccano all’unità. Si esplicitano come necessari anelli di congiunzione di una pratica che continua a riavvolgersi su se stessa. L’autoritratto è in realtà la fisionomia di un uomo che veste il sé e l’altro (Porta Coeli, 1983); nei panni di San Giovanni (Self-Portrait as St. John, 2011) si esorta la fusione dell’iconografia cristiana con le tradizioni esoteriche. Tradizioni culturali e tradizioni artistiche si annodano. Fluttuano circoscrivendo nuove rotte e rotte percorse, dall’usuale olio su tela all’affresco che amplifica nel metodo la coscienza del presente e del suo innesto in una radice futura (Wheel of Drama, 1983).

L’India e il Brasile sono sempre presenti e visti come se fossero sempre lì, nello specchietto retrovisore. Clemente, pertanto, va letto fuori dalle definizioni. La mostra va guardata, assaporata, in lungo e in largo, in alto e in basso, nella grande dimensione del “dittico” che vuole accostati fianco a fianco My Parents e My House, entrambi del 1982. In un passaggio cruciale, la rappresentazione dell’ambiente familiare si apre a una dimensione più ampia e, nel doppio spazio del secondo dipinto, mette in relazione due realtà che finiscono per fondersi in un’unica visione. Perfettamente concisa, determinante nel doppio gioco della contestualizzazione e della separazione.

Un interno qualunque insieme con la sala di un tempio ispirata all’antico complesso delle grotte di Elephanta, in India, dedicate alla divinità Indù Shiva. Clemente è vicino, Clemente è lontano. Familiare, appassionato, drammatico ricercatore nel multiforme contesto. E che dire poi dei ritratti di Ajus Samuel e Zoë Kravitz? Commissionati da Anthony Vaccarello per la campagna Estate 2025 di Yves Saint Laurent, focalizzano armonia, pose ed espressioni al massimo delle loro potenzialità. Facoltose nel vestiario, elegantissime nell’adorno e nella scelta coloristica. Profondamente umane per mezzo di una volumetria incarnata e tangibile. Ancora una volta perfettamente prossime e riconoscibili, nella contemporaneità di una fiducia consapevole del mezzo pittorico che le oltrepassa. Le conduce oltre l’attualità quasi affidandole in grazia e dignità in un altrove meraviglioso e accigliato. Un punto di fuga?

Oppure si tratta di “andare là” per “essere qui”? Per la ricchezza ancora fruibile di una pittura al latte e inchiostro che diventa riflesso di un desiderio. L’esplosione sintetica e floreale tanto evidente in Winter Flowers in Spring II (2025). Quando il buono possibile, malgrado tutto, si lascia trovare e in un dipinto, un solo dipinto, coglie la sua forma.














